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La vita di San Catervo da Tolentino, malgrado le sue spoglie siano certe e conservate con quelle della moglie Settimia Severina e del figlio Basso in uno splendido sarcofago della fine del IV secolo (foto 1) custodito nella cattedrale di Tolentino, è poco documentata. Il sarcofago nel quale è sepolto è prezioso non solo dal punto di vista artistico, ma anche documentale perché con le sue tre iscrizioni, oltre a fornirci le notizie storiche essenziali dei tre personaggi, ci restituisce anche il loro valore spirituale. 
La tabula inscriptionis ci parla del Santo e dice che: «Flavio Giulio Catervio, uomo chiarissimo, ex prefetto del pretorio, il quale visse anni 16 meno giorni 13 con Settimia Severina, donna chiarissima dolcissima consorte, riposò in pace in età di 56 anni meno giorni 18. Il 17 ottobre fu seppellito. Il 28 novembre Settimia Severina, donna chiarissima, ordinò e compì il sarcofago e il panteum triabsidato per il dolcissimo marito e per se stessa».
L’iscrizione che corre sul bordo posteriore si riferisce invece ai due sposi e dice: «Voi che per meriti uguali l’Onnipotente Iddio congiunse, uno stesso sepolcro racchiude e custodisce per sempre. O Catervio, d’essere a te unita la tua Severina s’allieta. Sorgete per la grazia di Cristo o voi beati che il vescovo Probiano lavò ed unse».
Sul bordo anteriore si svolge infine un’altra iscrizione che ci parla del figlio Basso e dice: «O Catervo, degno di compianto per essere qui di nuovo defunto per la morte di Basso. Si spegne la stirpe nella tua persona e la tua discendenza nel tuo nome. Tu sei, o Basso, nel mezzo come gemma incastonata tra gemme altrettanto preziose; con la tua morte l’amorevole catena si è sciolta. Avevi appena raggiunto il diciottesimo anno. Più presto è tolto ciò che Dio piace avere con sé».
Le iscrizioni sul sarcofago ci dicono quindi l’esatta denominazione onomastica del Santo (Flavius Iulius Catervius), l’età (56 anni), la carica rivestita (prefetto del pretorio romano) e il luogo della sepoltura (un panteum cum tricorno, un mausoleo a pianta circolare con tre absidi), ma tacciono sulla data e le circostanze della morte. 
Intorno al VIII-IX secolo il mausoleo - probabilmente già affiancato da altre tombe e una prima edicola - fu inglobato in un insediamento benedettino che nei documenti dell'alto medioevo cambia spesso denominazione in base ai diritti giurisdizionali che le diverse abbazie avevano su di esso, « finché, nel secolo XIII, resta la sola intitolazione a san Catervo». Di questo primitivo edificio restano solo alcuni elementi del protiro della chiesa: una lunetta in marmo con angeli e apostoli - ora nell'atrio dell'ingresso posteriore -  e quattro leoni che attualmente sorreggono il sarcofago del Santo.
Nel frattempo, in alcuni documenti dell'epoca, Catervo cominciò ad essere detto martire e confessore e nel Quattrocento il Comune di Tolentino lo invocherà come Santo protettore effigiandolo nelle sue insegne e nei suoi sigilli.
A quei tempi il santo protettore di una città importante come Tolentino non poteva non avere una storia da narrare e quindi fin dal XIII secolo fu redatta una Vita di San Catervo a partire - secondo Carlo Santini - dagli Atti riportati in un codice più antico attualmente disperso. L’opera - dice Giovanni Boccanera - è «piena di anacronismi, luoghi comuni e invenzioni» a cominciare proprio dalla data del suo martirio, fissato nel 99 d. C. al tempo delle persecuzioni di Traiano, che non concorda con i caratteri stilistici del sarcofago unanimemente datato tra il 390 e il 410 d. C.. Nel Settecento la Vita di San Catervo fu ripresa da molti gli autori  e secondo uno di questi, il canonico della cattedrale don Nicola Gualtieri, che ci ha lasciato un manoscritto datato 1727, Catervo nacque a Roma il 29 ottobre dell'anno 44 in una nobile e ricca famiglia per intercessione di San Pietro che in una visione rivelò alla madre che il figlio sarebbe stato annoverato nella moltitudine (caterva) dei santi. Appena nato fu battezzato da Probiano e crebbe trattando familiarmente con San Pietro e San Paolo. All'età di quarant'anni sposò Settimia Severina e visse con lei in «perpetua virginità». Uomo virtuoso e caritatevole ebbe fama di esorcista e taumaturgo e per «fuggire ogni vana gloria» si recò con la sposa in pellegrinaggio a Gerusalemme. Durante il viaggio placò una tempesta e giunto nella città santa conobbe alcun discepoli di Gesù e «una gran moltitudine di Gentili si convertiva con le sue prediche». Poi, avvisato da un angelo, tornò in Italia sbarcando nelle Puglie da dove si avviò verso il Piceno «insieme con Santa Settimia, sua dolcissima e casta sposa, e S. Basso, fratello carnale di detta Santa et altri Compagni», evangelizzando e compiendo molti miracoli, per stabilirsi infine a Tolentino dove continuò la sua opera fino a quando il «Vicario Prefetto Giudice» che governava la città per conto di Traiano, dopo aver tentato invano di farlo tacere, lo fece arrestare, flagellare e condannare a morte tramite decapitazione eseguita nel suddetto carcere.
Le rappresentazioni iconografiche di San Catervo resteranno, di fatto, relegate alla città di Tolentino e saranno poco diffuse perché a partire dal Trecento la debole memoria dell'antico nobile romano, al quale la tradizione attribuiva il merito di avere portato il cristianesimo a Tolentino, sarà 'oscurata' dalla presenza tangibile di San Nicola sostenuta, tra l'altro, da un ordine ben organizzato. Tra Quattrocento e Cinquecento San Catervo sarà comunque rappresentato con caratteri discordanti e se l’ebanista Giovanni Oravia, che nel 1427 lo raffigurò nel coro (poi distrutto) dell’omonima chiesa, lo vide nei panni di un cavaliere a cavallo, Marchisiano di Giorgio, che nel 1502 lo collocò a fianco della Madonna col Bambino (foto 2) in un affresco della Cappella di San Catervo, lo vide nelle vesti di un giovane ed elegante signore rinascimentale che avanza reggendo in mano il plastico della città. Lo stesso giovane che, con lunghi capelli biondi, plastico della città e stendardo in mano, troveremo insieme a San Nicola ai lati di una Pietà realizzata nel 1534 per la chiesa della Carità ed ora nel convento di San Nicola.
Gli attributi di un soldato romano compariranno invece nel 1577 in una statua realizzata da Francesco Rito per l’altare maggiore della chiesa Santa Maria delle Grazie a Tolentino.
Alla fine del XVI secolo  iniziò la revisione storica della figura di San Catervo e il cardinale Cesare Baronio lo identificò con un Catervius comes sacrarum largitionum (responsabile del tesoro, della zecca, delle imposte e delle miniere) al quale gli imperatori Graziano, Valentiniano II e Teodosio inviarono una lettera il 19 agosto 379. L'ipotesi del Baronio, che tra l’altro escluse San Catervo dal Martirologio romano, fu inizialmente respinta, poi studi più rigorosi condotti a partire dalla prima metà del XX secolo dimostreranno l’attendibilità di tale identificazione.
San Catervo sarebbe stato quindi un funzionario vissuto alla corte degli imperatori costantiniani e valentiniani che, dopo la tragica fine di Graziano, ucciso in Gallia mentre tentava di sedare una rivolta del generale Massimo proclamatosi imperatore, preferì lasciare Roma e trasferirsi nella più tranquilla Tolentino dove intorno al 390 morì e fu sepolto dalla moglie Settimia in un sarcofago posto all’interno di un mausoleo appositamente costruito. 
Il Seicento e il Settecento ci hanno lasciato due interessanti testimonianze iconografiche: una Predica di San Catervo - ora nei depositi della cattedrale - del recanatese Pasqualino Marini e la tela - ora nel convento di San Nicola - di un anonimo pittore marchigiano che ha rappresentato San Catervo con San Nicola inginocchiati davanti ad una Madonna col Bambino ai lati di un modello della città di Tolentino. 
Solo nell'Ottocento, con la ricostruzione ed elevazione a cattedrale dell'antica chiesa medievale a lui dedicata, il culto di San Catervo avrà la sua piena celebrazione iconografica ad opera dei pittori Filippo Spada, Luigi Fontana e Francesco Ferranti che realizzeranno, rispettivamente: la pala dell’altare maggiore con l'Assunta e i Santi Nicola da Tolentino, Settimia, Catervo, Tommaso da Tolentino e Nicola di Mira (foto 3) dipinta nel 1827; l'atrio della Cappella di San Catervo con un complesso apparato decorativo nel quale spicca una vetrata a mo' di trittico con Santa Settimia, San Catervo e San Basso (foto 4) realizzato nel 1884 e un San Catervo in abito militare romano (foto 5) dipinto nell’ottagono centrale della volta del presbiterio tra 1914-1916.
Da segnalare infine il tondo centrale del paliotto d'altare realizzato nel 1958 dallo scultore tolentinate Adeo Occhibianchi con un San Catervo ancora in abiti militari e palma accanto a San Nicola. 
Ma torniamo al sarcofago paleocristiano. Le figure giovanili dei due sposi, colti nel gesto della dextrarum iunctio e con una corona d’alloro tenuta sopra le loro teste dalla manus dei, sono inserite nel clipeo centrale della faccia posteriore, mentre i ritratti in età avanzata si trovano sugli acroteri angolari del fronte. Essi, come tutta la ritrattistica tardo-antica e paleocristiana, non ci restituiscono il dato oggettivo, fisiognomico e individuale dei personaggi, sono piuttosto dei tipi ideali e l’estrema sobrietà figurativa, insieme alla posizione frontale e all’accentuazione degli occhi, esprimono l'intenso mondo spirituale in cui sono immersi. Nulla indica la condizione di soldato: Catervo e vestito con una semplice toga, ha il capo scoperto e tiene un volumen, simbolo della tradizione dottrinaria, nella mano sinistra.
L’iconografia del soldato compare nel sigillo comunale del XV secolo e non sembra connessa all'incarico di prefetto del pretorio romano, quanto piuttosto  ad un evento miracoloso riferito da un cronista locale secondo il quale, durante l'assedio di Francesco Sforza, San Catervo a cavallo intervenne a favore della città che da quel momento lo dichiarò protettore dalle calamità e dalle guerre. 
Nei secoli successivi queste due tipologie saranno sempre compresenti e se nell’affresco della Cappella di San Catervo compare un giovane ed elegante gentiluomo rinascimentale, nella statua di Francesco Rito è ben evidenziata la corazza del soldato romano. Allo stesso modo, mentre il Marini ci restituisce la figura di un giovane togato che in mezzo agli idoli spezzati indica agli astanti un Crocifisso posto su un podio, Filippo Spada, Luigi Fontana e Francesco Ferranti saranno attratti dalla figura del militare romano.
Molto si è discusso sulla trasformazione di un funzionario imperiale in un santo martire, ma la questione non deve meravigliare più di tanto, in primo luogo perché - dice Giovanni Maria Gabrielli - «ci fu un tempo in cui le vecchie iscrizioni costituivano enigmi per i lettori, perciò un monumento sontuoso ornato di personaggi e scene bibliche con il frequente ripetersi del monogramma del Cristo e della croce poteva facilmente (...) essere scambiato per il sepolcro di un santo tanto più che era collocato in un mausoleo», e soprattutto perché Catervo può realmente essere stato una figura esemplare di marito, padre, cittadino e cristiano che il popolo fin da subito ha riconosciuto come santo e la Chiesa successivamente ha sempre confermato.

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