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Santa Sperandia (1216 ca. - 1276) visse al tempo di San Francesco e di San Nicola da Tolentino e come loro peregrinò nel centro Italia annunciando la Parola di Dio, operando prodigi, praticando la mortificazione del corpo e l'ascesi, riconciliando paesi, fazioni e uomini in lotta, ma non avendo alle spalle un ordine religioso forte e organizzato - solo negli ultimi anni fondò una piccola comunità femminile sotto la regola benedettina - non riuscì ad avere un regolare processo di canonizzazione che ne tramandasse la memoria certa. Tuttavia, subito dopo la sua morte qualcuno, in preparazione del processo, dovrebbe aver raccolto dei documenti che successivamente furono riutilizzati per redigere una Vita di Santa Sperandia. Il manoscritto, conservato nell'Archivio comunale di Cingoli depositato presso l'Archivio di Stato di Macerata, è databile tra l'ultimo ventennio del Duecento e la prima metà del Trecento ed è una biografia «anonima, brevissima, mutila, piena di visioni strane e di miracoli», ma con pochi dati storici certi.1 Il testo fu pubblicato «in un miglior latino»2 negli Acta Sanctorum alla fine del Cinquecento e nei due secoli successivi, quando il culto di Santa Sperandia ebbe un nuovo impulso dopo l'approvazione ufficiale del 1635, sarà continuamente riproposto, ampliato e commentato.3
Secondo la Vita Santa Sperandia nacque a Gubbio intorno al 1216. A nove anni le apparve in sogno Gesù che la invitò a spogliarsi degli abiti civili, a rivestirsi di una ruvida pelle di maiale, ad annunciare la sua Parola e a praticare la penitenza meditando la sua passione e crocifissione. Girò quindi senza sosta tra Umbria e Marche - e forse arrivò anche a Roma e in Terra Santa - attraversando scalza4 le vie delle città cantando le lodi a Dio, con il volto coperto da un velo, il capo cosparso di cenere, una croce rossa in mano e una colomba bianca, sempre attorniata da fanciulli. La croce e la colomba le erano apparse un giorno quando, rapita in estasi, chiedeva insistentemente al Signore cosa dovesse fare e udì una voce che le ordinava di mostrare agli altri ciò che lei aveva contemplato. Alla richiesta di nuove spiegazioni l'invito era sempre lo stesso e a quel punto non le restò che obbedire. Spesso si ritirava in luoghi appartati sottoponendosi a durissime penitenze quaresimali e alla cosiddetta Quaresima di San Martino, tre giorni di digiuno dal 11 al 14 novembre, e verso la fine della sua vita si fermò a Cingoli per fare «penitenza» in una grotta del «Sasso Citonia», sul versante nord di Monte Acuto - oggi nel Comune di San Severino Marche - dentro una capannuccia di frasche, senza tunica, a capo scoperto e a piedi nudi.5 Dal Sasso Citonia passò in città dove, in un primo momento, visse insieme ad altre donne in alcune case con un portico al piano terra per poi accettare la Regola di San Benedetto e trasformare le case in un monastero con annesso oratorio successivamente unito al vicino convento di San Marco. Quando morì fu deposta in un'arca di legno6 e sepolta nell'oratorio del monastero che divenne subito meta di pellegrini che chiedevano la guarigione. 
Dalla poca documentazione storica a disposizione - dice Dante Cecchi7 - emerge tuttavia chiara la figura di una donna operatrice di pace, perfettamente inserita in quel vasto fenomeno di santi e sante che durante i tristi anni delle sanguinose lotte che divisero papato e impero, Comuni limitrofi e fazioni all'interno degli stessi, viaggiavano instancabili, ad imitazione di Cristo, da una città all'altra, a volte chiamati dagli stessi magistrati, per pacificare gli animi con la Parola e l'esempio di vita.
Le prime immagini di Santa Sperandia compaiono nel XV secolo in una croce stazionale - ora nel monastero - dove è rappresentata con due veli, un libro e una palma o un giglio in mano e in un affresco - ora perduto - dipinto nel 1482 sul muro di una casa a Villa Torre di Cingoli  dove era accanto a San Sebastiano, vestita in abito nero e diadema sul capo.8  Il 20 giugno 1520 il Papa concesse l'indulgenza a chi avesse visitato la sua tomba, segno che il culto della Santa cresceva e con esso anche  l'afflusso dei pellegrini che con le loro offerte renderanno possibile, nel 1525, la ristrutturazione e l'ampliamento dell'oratorio con la costruzione della Cappella dove venne trasferita l'urna con le sue spoglie mortali.9 Da questo momento l'iconografia di Santa Sperandia sembra esplodere: nel 1526 sull'altare maggiore della chiesa fu posta una Madonna col Bambino tra Santi (foto 1) attribuita ad Antonio da Faenza con la Santa a mani giunte e una croce rossa, simbolo della passione di Cristo e suo attributo principale, che rimanda alla visione di cui si è detto;10 nel 1621 la Cappella fu decorata con dodici Scene della vita e una Gloria rispettivamente nelle lunette e nel tondo centrale della volta;11 nel 1633 erano infine già pronte le lastre in marmo per la nuova urna, ma in base ad un recente decreto di papa Urbano VIII furono sollevate delle obiezioni sul culto della Santa, privo della regolare canonizzazione e - a detta di alcuni - anche del culto immemorabile e consolidato dalla tradizione, che era l'altra condizione per la sua approvazione. Le obiezioni furono tutte superate nel 1639 con il pronunciamento diretto di Roma e dopo una solenne esposizione del corpo della Santa le sacre reliquie furono finalmente deposte nella nuova urna. A conclusione del rinnovo architettonico della chiesa sarà realizzata la splendida cantoria lignea attribuita a Cosmo Scoccianti - o alla sua scuola - con al centro una piccola Gloria della Santa in bassorilievo. 
Ben più complesso fu il ciclo iconografico che nel 1683 Pier Simone Fanelli realizzò per il presbiterio della chiesa con la pala d'altare rappresentante Il miracolo delle ciliege di Santa Sperandia (foto 2) e due quadri per le pareti laterali dipinti entrambi «in una suggestiva atmosfera notturna» con Santa Sperandia penitente nella grotta e l'Esaltazione del cadavere di Santa Sperandia.12 (foto 3) La pala dell'altare maggiore ci dà lo spunto per ricordare il miracolo più grazioso tramandato, a mo' di fioretto, dalla Vita: nel mese di gennaio alcuni muratori stavano lavorando nel convento e quando la Santa, dopo il pranzo, chiese loro se avessero bisogno di qualcos'altro essi risposero con tono ironico che avrebbero gradito delle ciliege. La Santa, per nulla turbata, si ritirò in preghiera e subito le apparve un angelo con un bel cesto di ciliege che donò agli attoniti muratori i quali si gettarono ai suoi piedi pentiti della loro risposta spavalda.13 Il cesto di ciliege - dice Benedetta Montevecchi - è un chiaro riferimento «alla felicità della vita eterna, e piante di ciliege, detti frutti del paradiso, allietano il giardino dell'Eden negli affreschi medievali».14
Nel 1743-48, a conclusione dei lavori di ristrutturazione del monastero, fu realizzato un piccolo dipinto con un'iscrizione a ricordo, se non proprio della cella, almeno del luogo dove Santa Sperandia visse e morì.15 Nello stesso periodo un'altra trionfale Gloria, nella quale tra l'altro compare ancora il cesto di ciliege, sarà dipinta nella volta del coro entro una cornice in stucco dorato. La scena della morte è invece poco rappresentata e compare in una strana tela, databile al XVI secolo ma realizzata secondo i canoni medievali della Dormitio Virginis, che probabilmente aveva la funzione di stendardo o di tenda per chiudere o coprire qualcosa, con la Santa in basso distesa su un letto circondata da dodici monache, mentre in alto un Cristo in gloria tra due angeli tiene tra le braccia la sua anima. Le monache sono tutte vestite con abito nero, il soggolo e un velo bianco sul capo con un triangolo nero interpretabile come un secondo velo rivoltato e fermato dietro la testa. 16 
Nell'Ottocento la produzione iconografica registrò un netto calo e si ricorda solo una tela, ora nella sacrestia della chiesa di San Francesco, con la Santa in piedi su una nuvola che contempla i cieli aperti. Le ultime opere risalgono al 1939, quando Donatello Stefanucci affrescò sul catino absidale della cattedrale l'Assunta tra i Santi protettori di Cingoli insieme ai dodici membri della Confraternita del Santissimo Sacramento,17 e al 1976 quando, in occasione del VII Centenario della morte della Santa, furono commissionate al pittore Elis Romagnoli sei tele con le sue storie.
L'iconografia di Santa Sperandia si sviluppa quindi a partire dal Quattrocento ed è circoscritta al  territorio di Cingoli. Secondo gli autori antichi, nella croce stazionale sarebbe vestita con l'antico abito delle benedettine che seguivano la Regola dei camaldolesi18 e che sarebbe ancora presente nella Dormitio  anche se il triangolo nero di cui abbiamo detto potrebbe già far pensare al secondo velo nero sovrapposto aggiunto nel 1597 e che compare, insieme alla veste con le ampie maniche, nel quadro con l'Assunta tra i Santi Esuperanzio e Sperandia (foto 4) realizzato nella seconda metà del Seicento «in Roma dà un Pittore Napoletano»19 per l'abside della cattedrale. In alcune opere, come nella cinquecentesca pala di Antonio da Faenza o in una Santa Sperandia penitente (foto 5) attribuita ad Alessandro Ricci20 - ora nella sacrestia di San Esuperanzio - la Santa compare accanto a San Michele perché l'arcangelo era il protettore dei camaldolesi sotto la cui Regola lei e le sue compagne si erano poste.21 Molto più spesso invece è rappresentata con gli altri due patroni di Cingoli - San Esuperanzio e San Bonfilio - come nella tela conservata nella Pinacoteca Comunale dove i due santi vescovi, nello splendore dei loro abiti pontificali, benedicono il plastico della città presentato da due angioletti, uno dei quali regge anche i due classici attributi di Sperandia, la piccola croce e il cesto di ciliege. 
Sempre nella Pinacoteca Comunale sono infine presenti due tele che documentano l'iconografia della mistica che contempla la Passione di Gesù: nella prima, datata 1636 e forse di committenza pubblica, Santa Sperandia contempla Cristo flagellato, mentre nella seconda è abbracciata alla croce accanto a San Esuperanzio e San Bonfilio. L'ultima devozione documentata nel territorio di Cingoli si riferisce all'intercessione per le anime del Purgatorio che troviamo in una settecentesca pala d'altare nella  parrocchiale di Villa Torre e in una tela - ora nella Pinacoteca Comunale - attribuita a Nicola Monti.22

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