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 Che cosa abbiamo imparato in questo anno sulla Carità?

Il nostro cammino era partito dalla Lettera Pastorale “Ri-farsi Prossimo”, nella quale a partire da una prima lettura della parabola del Samaritano, affidavo alla serie di incontri formativi per OP ed alla riflessione di tutta la comunità diocesana il compito di rispondere a quattro fondamentali interrogativi:

1 - Come essere più creativi ed efficaci oggi nella Carità?

2- Che rapporto c'è tra Carità e Giustizia?

3- Come la Carità aiuta il cristiano non solo a essere sé stesso, ma anche ad agire da cristiano nel mondo d'oggi?

4- Come la Carità non solo anima e unifica la vita della Chiesa, ma ispira la missione della Chiesa nella società attuale?

Dietro queste domande c’erano delle convinzioni che volevo mettere alla prova della vita e della riflessione comune, per farne dei punti di forza per un cammino futuro di tutta la comunità diocesana. Come infatti ho detto nella mia “Lettera ad un Giovane parroco” in cui indicavo lo stile pastorale che propongo: mentre c’è una pastorale fondamentale, che deve camminare con continuità, legando insieme carità, catechesi e liturgia, la Diocesi deve anche interrogarsi per trovare ogni anno quegli aggiustamenti saggi, che possono migliorare la stessa pastorale fondamentale.

Il nostro obiettivo è perciò arrivare a pochi e chiari aggiustamenti saggi del nostro modo di vivere la Carità, che diventino stile di vita nuovo per tutte le UP, per gli anni a venire.

Vorrei rileggere con voi la nostra Parabola aiutato da queste domande e da tutto il cammino di riflessione fatto nell’anno, per far tesoro di tutto, cercando le vie di una sintesi operativa.

 

La prima domanda diceva: Come essere più creativi ed efficaci oggi nella Carità?

Partiva dell’idea che la Carità non è un concetto astratto ed immutabile, ma un modo cristiano di amare, che è attento e guarda bene al mondo che cambia, per questo diventa creativo. Questa creatività della Carità che sa guardare la realtà ed i cambiamenti, rende le sue risposte alle domande del mondo più efficaci, perché più vicine e puntuali ai reali problemi delle persone.

Nella Parabola appare questa attenzione al guardare la realtà con occhi attenti ed è mostrata nella differenza tra lo sguardo che ha il samaritano e quello degli altri personaggi. Il suo sguardo sulla realtà non “vede e passa oltre” ma “vede e si avvicina per vedere meglio”.

Il prof Luca Diotallevi ci ha insegnato a guardare più da vicino questo cambiamento di epoca che si attua attorno a noi. Se il mondo cambia dobbiamo rispondere in maniera creativa e non semplicemente ripetendo il già fatto. Questa creatività deve dare risposte di senso che facciano sperimentare come: “la via dell’individualismo, del cuore comodo ed avaro” non porti da nessuna parte.

Leggiamo la parabola come un percorso di vita dei tre protagonisti operativi, il sacerdote, il levita ed il samaritano. Provate a chiedervi: “Chi di loro ha trovato la gioia del Vangelo?” Se scrutate i loro volti credo che ci siano pochi dubbi: i primi due hanno continuato la loro strada ripetitiva e triste. Il samaritano si è certo scomodato, perchè la Carità scomoda, ma ha ripreso la sua strada con il cuore colmo della gioia del Vangelo e lasciando dietro a sé due vite (quella del poveraccio e quella dell’albergatore) positivamente segnate dalla bellezza del fare il bene.

Don Paolo Asolan ci ha aiutato a capire ancora più a fondo che lo sguardo nuovo, lo sguardo della Carità, non deve essere diretto solo al mondo fuori della Chiesa, ma deve cominciare dall’interno, dalle relazioni che viviamo tra noi: “la prima “attività” della comunità cristiana è lo stile delle relazioni. Lo stile di ogni nostro gesto dev’essere fraterno, amichevole, buono. La comunione comincia dallo sguardo”. Lo sforzo di vedere, di guardarci l’un l’altro in maniera amichevole, in ciò che facciamo, è fondamentale per iniziare a capirci e poi poter camminare ed operare insieme. Un cammino sinodale diocesano, nella Carità come in ogni altro aspetto della fede vissuta, comincia dalla disponibilità a raccontare a vicenda ciò che facciamo, dando l’ascolto del cuore e non solo delle orecchie alla narrazione di chi opera nella stessa Parrocchia, poi nella stessa UP ed infine nella stessa Diocesi.

Questo interesse benevolo a “Chi sei e cosa fai”, rivolto a chi vive e si impegna per il Vangelo al nostro fianco, ci è stato mirabilmente insegnato dalla toccante testimonianza di Padre Sebastian. “Se perderemo il tempo per giudicare gli altri, non avremo tempo per amare gli altri” è una verità che prima di tutto va vissuta nelle relazioni tra noi, a tutti i livelli entro la Chiesa.

Quando vedo che uno al mio fianco ha fragilità, limiti, comportamenti e scelte che non condivido, posso perdere tempo a criticarlo, oppure iniziare ad amare anche la sua povertà.

La scena della parabola, con i personaggi che si susseguono velocemente, ci lascia immaginare quale fosse la tentazione del Samaritano.

Con un po’ di fantasia, seguendo anche alcune belle suggestioni che ci ha dato Padre Giulio Michelini nel suo commento al vangelo, vorrei dare voce ai pensieri del Samaritano, per aiutarci a vincere la tentazione del lamento e del giudizio che paralizzano la Carità.

Il sacerdote lo vide e passò oltre. Il levita, visto il malcapitato ed il sacerdote che era passato oltre, pensò: “perché dovrei fermarmi io? Anche io ho fretta e cose molto importanti da fare!” e passò oltre anche lui. Il Samaritano, visto il malcapitato e i due che erano passati oltre pensò: “Perchè dovrei fermarmi? Io sono straniero e nemico. Io sono in viaggio e devo arrivare ad una patria molto più lontana. Perchè dovrei fermarmi?”.

Queste sono le parole della tentazione: il facile giudizio, lo scaricare la responsabilità sugli altri, la voglia di aumentare la distanza che già ci separa da chi non vive e non pensa come noi. A questa tentazione il samaritano ha risposto con un cuore che si lascia coinvolgere, che smette di giudicare e progettare in astratto e comincia fare il bene, lasciando che la vita lo guidi sulla strada della Carità.

Della relazione-testimonianza conclusiva, offertaci dal prof. Augusto d’Angelo della Comunità di Sant’Egidio, mi ha colpito un elemento costante: le scelte innovative e creative di cui ci parlava, sono tutte nate da uno sguardo attento, amichevole ed aperto verso persone concrete che stavano nel bisogno. Le risposte date a questi bisogni erano semplici, ma non semplicistiche.

E’ ormai certo che “La realtà è in continuo cambiamento e perciò siamo chiamati a conoscere la realtà e a vivere una carità creativa”, questo si compie nel confronto, nella vicinanza, nella collaborazione attenta anche a chi opera al nostro fianco.

Nella parabola il samaritano non vide solo il malcapitato, ma vide anche un albergo che poteva ospitarli e diventare un luogo di cura e vide e previde che l’albergatore era una persona affidabile, a cui consegnare il denaro per le cure seguenti.

La tentazione del giudizio è sempre paralizzante, soprattutto se giudichiamo tutte le realtà che ci circondano come negative e maligne. Se cominciamo sempre dal guardare i difetti degli altri, non saremo mai capaci di fare rete nel bene e la nostra azione caritativa sarà debole e povera di innovazione.

La seconda domanda era: Che rapporto c'è tra Carità e Giustizia?

E’ una domanda che nasce da una accusa fatta all’idea stessa di Carità, cioè all’Amore che lega a Dio e da cui discende una forza di amare, che si riversa verso gli altri. Secondo alcuni pensatori che si ripresentano in ogni epoca, questa visione spirituale indebolirebbe la giustizia e soprattutto l’impegno per rivendicare i diritti. E’ in ultima analisi l’opinione di K.Marx che definiva la religione: oppio dei popoli ed ostacolo pericoloso alla rivendicazione dei diritti.

Tra le tante letture creative della nostra parabola, tanti anni fa, ne ascoltai una in un gruppo giovanile in cui si discuteva tanto e si pregava ed operava poco, che più o meno diceva così: “il samaritano con il suo comportamento buono ha aiutato quel poveraccio, ma non ha cambiato il fatto che in quella strada circolassero impuniti dei briganti. Invece che impegnarsi così tanto a salvare uno, doveva protestare con le forze dell’ordine e con l’amministrazione pubblica, perché venisse risolto il problema del brigantaggio. Magari organizzando un partito contro il prosperare della criminalità e le connivenze tra i potenti ed i briganti”. 

A parte il tono ironico di questa lettura creativa della parabola, il problema non è secondario: Carità e ricerca della Giustizia non devono contrapporsi, ma sostenersi. La Carità, ci ha detto mons Soddu, direttore di Caritas Italiana, da fatto individuale deve diventare impegno comunitario. Si tratta cioè di non reagire semplicemente ad un problema che ci tocca o commuove personalmente, come individui singoli, ma di mobilitarci come Chiesa, sentendoci parte di questa famiglia che cerca di comprendere la radice profonda del male e di costruire percorsi positivi per vincerla. Questo però non deve ridursi ad una logica di semplice protesta arrabbiata, che scarica sugli altri la responsabilità di fare qualcosa. Non basta chiedere giustizia dimenticando il nostro impegno di Carità. Padre Sebastian ci ha ricordato una frase di Madre Teresa che è molto significativa: “E’ meglio accendere anche solo una piccola candela, che limitarsi ad imprecare contro il buio”.

Come ribadiva mons Bressan dobbiamo far maturare tutta la comunità ecclesiale verso una lettura della realtà ed una progettazione dell’azione buona che non viva solo di emozione. “Non leggere la realtà dominati dalla paura o dalle emozioni, ma guidati da una Carità che parte dagli occhi, passa per la mente e giunge alle mani”.

Lo spazio per esercitare una Carità che va oltre la giustizia, resterà comunque sempre ampio, perché nessuna risposta istituzionale, organizzata, standardizzata, basterà da sola a rispondere ai bisogni ed alle sofferenze. Questi si rinnovano e si nascondono costantemente. I bisogni, le sofferenze, le fragilità vanno stanate e ricercate con amore, perché spesso hanno vergogna di venire alla luce e non sanno da sole “compilare moduli” o “fornire informazioni dettagliate sul calcolo dell’ISEE”.

Ricerca della giustizia ed azione caritativa debbono camminare insieme, come ricordava il prof. Luigino Bruni citando EG  207: “Qualsiasi comunità della Chiesa, nella misura in cui pretenda di stare tranquilla, senza occuparsi creativamente e cooperare con efficacia affinché i poveri vivano con dignità e per l’inclusione di tutti, correrà anche il rischio della dissoluzione, benché parli di temi sociali o critichi i governi”.

Per questo l’impegno alla formazione socio politica diventa importante, ma senza correre il rischio di proporre ricette ormai vecchie e pre-confezionate. Tutta l’attenzione alla novità di un mondo che abbiamo ormai davanti e che tutto il cammino fatto ci ha confermato, non ci permette, in questo campo di essere semplicistici, consegnando manuali già pronti, nati da una lettura della realtà che risale agli anni ’80 o addirittura prima.

Una cosa che colpisce della parabola del samaritano è il fatto che il protagonista agisca come una persona che mette in campo per la sua azione: tutte le sue competenze e non solo i suoi beni. Disinfetta e medica il ferito, prima di caricarlo sulla cavalcatura. Cerca un luogo adatto a curarlo. Essendo probabilmente un mercante, sa usare bene il denaro, la contrattazione ed anche l’apertura di credito. Così come la richiesta all’albergatore di un’eventuale anticipazione economica. E’ con questa competenza che opera nella organizzazione dell’assistenza futura per il malcapitato ferito dai briganti. Il samaritano agisce con una saggia mescolanza di compassione e competenza. Questo appare come un ottimo modello di ricerca operativa del bene.

A questa capacità di vedere, giudicare ed agire nella concretezza dell’oggi dovrà indirizzarsi una riprogettazione di iniziative alla formazione caritativa, sociale e politica nelle nostre comunità.

Come la Carità aiuta il cristiano non solo a essere sé stesso, ma anche ad agire da cristiano nel mondo d'oggi?

Questa terza domanda parte dall’idea che la carità non è solo “una delle cose da fare”, ma è un modo di essere uomini che ci caratterizza come cristiani. E’ una modalità di vedere la realtà, di far discernimento sulla strada da seguire, di fare passi concreti nella giusta direzione, che è tipica dei discepoli di Cristo.

Se guardiamo a come agisce il Samaritano notiamo che la sua azione è veloce, fluida: sa cosa e come fare. Il suo agire virtuoso si svolge con la linearità dell’abitudine. Non è un difetto, anzi è proprio l’ideale a cui il cristiano deve tendere. Formare uomini che vivano la virtù della Carità, secondo l’insegnamento di S. Tommaso d’Aquino è puntare a far sì che le virtù vissuta in atti concreti e ripetuti, motivata dall’obbedienza convinta alla Parola di Dio che ci indica il bene, diventi un “abitus”, cioè una modalità stabile di pensare, giudicare ed agire che sgorga dall’intimo della persona.

La sfida educativa che sta davanti alla Chiesa ed a cui è dedicato dalla CEI questo decennio pastorale, deve tendere a formare dei cristiani adulti, dei cristiani maturi. Ciò accade quando lo stile cristiano nei vari campi dell’esistenza è un abitus, cioè un comportamento virtuoso stabile, non episodico ed emotivo: fatto di grandi eventi molto spirituali e di un quotidiano vissuto “come se Dio non ci fosse nella nostra vita”.     

Aiutare tutti i cristiani a raggiungere questa maturità della Carità è l’obiettivo formativo della Chiesa e del servizio primario della Caritas diocesana, come agenzia formativa. Questo diceva già il Sinodo Diocesano, lamentando che non si era ancora diffusa tra i cristiani la convinzione della natura radicalmente alternativa della carità (come stile di vita, abitus) rispetto alla concezione di vita centrata sull’individualismo e sul primato dell’interesse personale (abitus negativo di tanti uomini e donne di oggi).

I contenuti fondamentali dello stile di vita caritativo, come abbiamo in parte già accennato, riguardano anche una modalità “buona” di pensare il mondo che ci circonda.

Il samaritano, visto che c’erano stati i briganti, non fugge impaurito dal rischio non troppo teorico che ritornino, ma si fida del bene che c’è nel mondo. La stessa fiducia la vive fa lasciando all’oste i soldi per l’assistenza futura. Non è un illuso sul fatto che tutti siano buoni, ma un uomo convinto che il bene può prevalere sul male. Oggi questa mentalità, che non è vago ottimismo, va condivisa e rafforzata tra coloro che credono in Dio e quindi ritengono che il mondo sia nelle Sue mani. Carità, speranza e fede sono legate e non si può essere uomini di Carità se non si è anche uomini di fede e di speranza. In modo particolare di una speranza radicata nella fede nella provvidenza di Dio. La via di una Carità efficiente e competente, che ci è stata raccomandata, non può mettere in ombra la parola semplice e profonda con cui Padre Sebastian ci ha testimoniato che: “prima di tutto e più di tutto dobbiamo essere dei semplici ed obbedienti strumenti nelle mani di Dio”.

Come la Carità non solo anima e unifica la vita della Chiesa, ma ispira la missione della Chiesa nella società attuale?

L’ultima domanda proietta la nostra azione all’esterno, caratterizzando lo specifico della Chiesa nella sua funzione di contribuire alla formazione di un mondo più giusto e buono, che viva animato ed ispirato dalla Carità di Cristo.

Mons Luca Bressan sintetizzava tutto questo nel necessario cambiamento della nostra pastorale. “Oggi l’evangelizzazione richiede una conversione pastorale. L’obiettivo di questa conversione è la risposta alla domanda: abbiamo davvero trovato oggi gli strumenti culturali giusti per far conoscere e comprendere al mondo di oggi il Cristo che ci ha cambiato la vita? Da una Chiesa che va verso l’altro, a una Chiesa che si scopre tra gli altri.  L’Evangelii gaudium insiste su questo tema, e così i cinque verbi del convegno ecclesiale di Firenze (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare).  Nell’azione caritativa dovremmo privilegiare di più il momento del pensiero e del discernimento. Si tratta di imparare sempre meglio a stare in mezzo alla gente”. La Chiesa in uscita, non è diversa dalla Chiesa che testimonia la Carità nella concretezza del vissuto.

Nella nostra parabola mi colpisce il fatto che tutta l’azione si compie fuori dal tempio, lungo la strada. Forse questo spiega perché gli uomini esperti della fede, il sacerdote ed il levita, si trovino così poco a loro agio in questo contesto. Il clericalismo che è una pericolosa malattia dei preti, diventa disastrosa se contagia anche i laici e potremmo descriverla come una incapacità ad abitare il mondo, vivendo solo dentro lo spazio, i gesti ed i pensieri del sacro. Il clericalismo è una mentalità che nega l’incarnazione ed eleva un muro di separazione tra mondo della fede e vita comune. Si realizza stranamente in due modi: è clericale una chiesa che si separa dal mondo vivendo di gesti, pensieri ed abitudini che non sanno dialogare e comprendere. Ma è anche clericale una chiesa e soprattutto un clero che si mimetizza nel mondo, che ne assume pur dichiarando di non condividerli: pensieri, atteggiamenti, stili anti-evangelici.

La Chiesa che non esce verso il mondo tradisce la sua missione, ma lo fa anche la Chiesa che in questa uscita perde del tutto la sua identità ed i suoi valori.

Riguardo alla missione della Chiesa che deve aiutare il mondo a vivere la Carità, la nostra parabola ci è di stimolo se la ricollochiamo nel suo contesto.

Riascoltiamo l’introduzione al nostro brano:

Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso».  E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?»

Gesù si confronta con un uomo che afferma di voler vivere bene e nel bene, vuol ereditare la vita eterna, essere degno della promessa di bene fatta da Dio ai nostri Padri. E’ il modello di tanti uomini di buona volontà che possiamo incontrare per le strade del mondo ed ai quali per primi la Chiesa è mandata ad annunciare il vangelo della Carità. Quest’uomo è invitato a confrontarsi sul piano della legge, quel terreno del confronto sul bene comune nel quale è più naturale trovare la possibilità di capirsi tra credenti e non credenti, tra cristiani ed altri credenti. 

Gesù invita perciò a camminare nella strada di condividere scelte buone e lungimiranti che costruiranno il bene di tutti, faranno vivere, come dice alla fine: “fai questo è vivrai”.

E’ quella via del dialogo e della proposta di scelte concrete, politiche, che vanno nella direzione di una cultura della vita condivisa da tanti.

Luigino Bruni ci invitava però a prendere coscienza che non possiamo dare per scontato che tutti vedano il bene comune allo stesso modo. Anche le parole ed i concetti sono letti oggi in maniere diverse ed il linguaggio non fa più riferimento allo stesso quadro di valori. Tante gente oggi, come il dottore della legge di ieri, dopo che abbiamo trovato un accordo apparentemente facile, ci dirà per giustificare la distanza che sente da noi: “Chi è il mio prossimo?”. “Cari cristiani”, ci dicono degli uomini di buona volontà, “siete certi che la parola ‘prossimo’ suoni eguale per noi e per voi? Uno di un’altra razza, di un altro stato, un mio nemico, è ancora definibile: prossimo?”.

La realtà è cambiata attorno a noi, ci ha ricordato il prof. Bruni: Siamo passati dal “patto sociale”, che integrato nel quadro del “bene comune” vedeva un coinvolgimento ampio della comunità e legami forti, al “contratto”, con un “ingresso” e una “uscita” molto leggere (si pensi al matrimonio, com’era considerato una volta e com’è ora).

In questo nuovo mondo di idee e di prassi, l’annuncio evangelico per essere comprensibile deve accettare lo sforzo di narrare parabole o meglio ancora di viverle. La parabola di Gesù infatti è chiara e ci interroga a fondo, perché Gesù non solo l’ha narrata, ma l’ha vissuta. E’ stato lui il primo e più grande buon samaritano a chinarsi sull’umanità sofferente.

Lo spazio della politica e del confronto non ci chiede perciò solo un confronto di concetti, ma che le nostre parole risuonino di vita. Il mondo non crederà ai comizi dei politici cristiani, collaborando con loro alla ricerca di un “bene comune”, se le loro parole non corrisponderanno, come e più delle parole degli altri, alla testimonianza della intera comunità cristiana. La proposta politica dei cristiani sarà credibile ed efficace, quanto più avrà alle spalle una comunità che vive la Carità che predica.

Per questo: far sorgere una nuova generazione di politici cristiani non può essere frutto di alchimie elettorali, o di insegnamenti scaltri sulla tecnica parlamentare.

Si tratta di far decollare quella “Carità creativa” di cui parlava il prof. Augusto d’Angelo, per diventare interlocutori credibili del mondo politico ed amministrativo a partire dai livelli più vicini a noi ed alla gente. “Fare un passo oltre l’assistenza, superare la logica dell’assistenza per vivere la condivisione. Vivere la prossimità come prevenzione: costruire una rete sociale per affrontare i problemi che emergono”. Da questi passi concreti sgorgano quelle testimonianze forti grazie alle quali: “la fantasia del volontariato può diventare profezia per gli enti locali”.

Come ha detto a più riprese Papa Francesco e ci ha indicato Luigino Bruni, per partire con concretezza è necessario riaffermare che: “la promessa e la speranza della Costituzione Italiana è il lavoro per tutti (non i soldi per tutti). Perciò il primo mattone che io metto nella città è il mio lavoro, mio contributo al bene comune”.

Questo ci aiuterà a proporre con autorevolezza un secondo valore che ci sta cuore: quello della festa, quello che relativizza il denaro ponendolo a servizio dell’uomo e non viceversa. Se l’uomo vive per guadagnare infatti è uno schiavo e gli schiavi non fanno festa.

In conclusione.

Mi piace chiudere con il tema della festa, perché collega la nostra riflessione al tema della famiglia, che soffre perché oggi non può ritrovarsi insieme neppure nei momenti della festa. Le nuove modalità di lavoro stanno rendendo infatti sempre più rari i momenti di festa per tutti, in cui la famiglia si ritrova tutta unita. Parlando dalla famiglia, ho più volte letto la nostra parabola come dedicata alla famiglia ferita e dimenticata ai bordi della strada dal mondo di oggi. Diamo attenzione ad educare al valore della Carità con una particolare attenzione alla famiglia. E’ la famiglia la prima agenzia caritativa della Chiesa, ad essa va dato tutto il sostegno possibile. Non si può progettare un aiuto ai poveri che divida le famiglie o le dimentichi. Nè si può progettare una società più giusta se non a partire dalla famiglia, che non è un optional o una idea strana ed antica, ma la via della Chiesa, che Gesù ha organizzato avendo come modello la sua famiglia di Nazareth.

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